November 2010
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Ciò garantirebbe sensibili benefici per l’intera popolazione: meno anoressiche (gente più magra in modo sano, grazie alla nicotina), meno ragazzi che imbracciano un fucile e fanno fuoco sui loro coetanei (è comunque più semplice che convincerli uno per uno a fare fuoco su inutili vecchi che non crepano e non vanno in pensione e non si decidono ad attraversare la strada finché tu non ti avvicini a velocità sostenuta in auto). Cose del genere, che stanno a cuore anche a voi.” —http://sviluppina.co.uk/semplice/
Antonio Moresco. Un uomo che conosce la sofferenza della scrittura.
(via angeloricci)
Ma quale sofferenza? Perché non prova la miniera e poi ne parliamo? Mio padre quando andava tutti i giorni all’alba in fabbrica, lavorando per 8-10 ore davanti a una fornace sempre in piedi, sotto un tetto di eternit non rompeva le palle a nessuno con i suoi proclami di dolore esistenziale e isolamento. Non se ne può più di quest’immagine dello scrittore sofferente, che affronta la croce dell’arte, che se la porta impressa sulla fronte e sulle mani come stimmate. Se sta così male a scrivere, che non scriva; e se comunque si ostina a scrivere, che lo faccia in silenzio, senza ammorbarci, senza dichiarazioni, senza proclami. In ogni caso pochi ne sentiranno la mancanza, anche perché quando tornerà, annunciandosi probabilmente nello stesso modo teatrale e inconcepibile in cui se ne va, porterà con se un altro libro pretenzioso, illeggibile, stucchevole quasi nell’intento messianico, e ricominceremo a sorbirci piagnistei, visi scavati, occhi spalancati su un dolore tutto interno che cerca comprensione e lettori per trovare la propria giustificazione.
Ma qualcuno gliel’ha detto che il tempo si può ingannare anche in altro modo? Le bocce, per esempio.
(via seia)
Io a seia voglio tanto bene, sapete. Anche a nome del mi’ babbo e dei suoi quarant’anni in fabbrica.
(via emmanuelnegro)
giusto. se sta così male a scrivere, che non scriva.